GENOVA PER NOI (…PER ME!)

di Marina Garau Chessa

«Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare.» Francesco Petrarca

Sono sarda fino al midollo e vado particolarmente fiera della mia isoletta che, con i suoi profumi, il suo modo di essere e la sua storia, è parte integrante della persona che sono diventata. Negli anni ho vissuto in altre città senza grossi problemi a parte la nostalgia, ripagata sempre dal profumo di elicriso che sentivo ad ogni atterraggio ed attenuata dalla consapevolezza che fosse necessario partire.

In ogni città in cui ho vissuto ho avuto bei momenti e brutti quarti d’ora, e per quanto abbia bei ricordi di ognuna di esse non ho mai potuto appendere il cartello “home sweet home” da nessuna parte.

Ma Genova… non ho mai capito quanto ho amato Genova finché non ho dovuto cambiare città ancora una volta; finché voltandomi indietro non ne ho sentito la mancanza. Nonostante qualche disavventura, infatti, Genova ha finito per entrarmi nella pelle senza che io abbia avuto il modo o il tempo di accorgermene.

Flemmatica Genova, all’inizio non la capivo: come una città cinque volte più grande della mia potesse procedere con tanta calma era un mistero. Poi ci sono arrivata: nonostante la dimensione, Genova non vive per lavorare, bensì lavora per vivere; per quel poco di lavoro che si riesce a trovare, i genovesi sanno dove finisce il lavoro e dove comincia la propria pace.
Gente rude, dicono; inospitale, dicono. Da questo punto di vista i genovesi sono come i sardi: te li devi guadagnare. Sono chiusi, ma una volta conquistati sono tuoi amici senza mezzi termini o riserve, e sono i primi a scherzare sul famoso “mugugno”.

Genova la Superba, Signora del Mare, con la sua storia di Repubblica Marinara costruita intorno ad un maestoso porto. Toccò a Giuseppe Siri, nel 1945, proteggerlo dalle possibili rappresaglie dei nazisti a guerra persa. Il giovane vescovo fece presente che, in caso di colpi di coda, la rappresaglia dei genovesi non si sarebbe fatta attendere. Dopo giorni di trattative, il porto rimase intatto.

Non toccate il porto dunque, ma non toccate nemmeno i parchi, i teatri e palazzi. Ogni due per tre i genovesi si lamentano della poca cultura in città, ed io sono sempre indecisa se spiegar loro che ci sono realtà ben più taciturne della loro o lasciarli fare; perché la conseguenza della “lamentela” sono le giornate in cui non sai se andare al teatro di prosa, a vedere l’opera o un concerto. In fondo, se è diventata capitale europea della cultura nel 2004, un motivo ci sarà!

Magnifica Genova, nei versi di Oscar Wilde sulla Settimana Santa, nelle parole di “Picture of Italy” di Dickens, e nelle lettere di Mary Shelley, che definì la collina di Albaro «solitaria e battuta dal vento».
Già, il vento; quel vento pazzesco tanto simile a quello della mia isola. Impossibile, per me, non uscire a passeggiare proprio quando c’è vento, a vedere i caruggi e i Rolli. A Genova, come in Sardegna, l’ombrello è inutile: quando va bene piove in diagonale, altrimenti la pioggia è parallela al suolo.

Ho visto anche l’alluvione, il fango e la voglia dei genovesi di rimettere la città in movimento al più presto; la amano profondamente e si nota.
Così, con quella faccia un po’ così, vado a Genova anche io. E se Paolo Conte si domandava «se quel posto dove andiamo non c’inghiotte, e non torniamo più»; figuriamoci se non me lo domando io.

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1 commento su “GENOVA PER NOI (…PER ME!)

  1. Da genovese la ringrazio. In questo momento di tragedia le sue parole servono a farci capire che noi genovesi, così chiusi e “antipatici”, possiamo risollevarci. Se lei ha compreso come siamo fatti e lo ha descritto in questo modo così accorato, significa che questa città ha ancora tanto da dare. Grazie dal più profondo del mio cuore perché per noi oggi è una giornata di grande disperazione.

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