SOLITUDINE E COVID19

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“Solitudine” è diventata la parola d’ordine di questa emergenza creata dal Covid19. Basta leggere un qualsiasi post su un social per incontrare il concetto di “solitudine” declinato sotto varie forme e aspetti. Si va dai più ludici fino ai più tragici.

In effetti il Covid19 è fortemente legato allo star soli. Si sta soli per proteggersi e si sta soli per proteggere gli altri. Si muore perfino da soli, lontani dagli altri.

Chi, per lavoro o necessità, non è costretto alla solitudine della propria casa, suscita nei più un sentimento che va dalla malcelata invidia, al sospetto, fino al vero e proprio attacco.

Non voglio entrare in quelli che sono i problemi economici o politici ingenerati dalle restrizioni, non ne ho le competenze e non vuole essere questo il senso della mia riflessione. Mi interessa cercare di comprendere che accade dentro di me o dentro coloro che la solitudine l’hanno amata in modo costante.

Sono sempre stata una solitaria. Fin da bambina mi è piaciuto stare da sola. Ciò non significa che abbia rifuggito i contatti umani ma ho sempre ricercato e continuo a ricercare lunghissimi momenti di solitudine. Anche ora.

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Sarà che non mi sono mai annoiata, sarà che ho sempre qualcosa da pensare, vedere, leggere, scrivere o ascoltare ma la solitudine per me è sempre stata l’opportunità di fare ciò che mi piaceva.

Poi è arrivato il Covid19 e dal primo giorno ho pensato: «Beh… benvenuti nel mio mondo!».

Vedere pochissime persone, passare molto tempo a fare cose che si possono fare in casa da soli, mantenere una distanza sociale, fare la fila senza lamentarsi eccessivamente, adattarsi alle situazioni che non si possono risolvere in attesa di tempi migliori… praticamente la storia della mia vita.

Capisco che per la maggior parte delle persone questo possa essere un sacrificio molto grosso. Tanti si stanno imponendo una forte autodisciplina per cercare un equilibrio tra ciò che è sempre stata la propria vita e ciò che sono costretti a vivere ora. Li rispetto.

Si scherza molto sul fatto che quelli come me, che ironicamente vengono definiti “asociali”, siano quasi dei privilegiati poiché già abituati a uno stile di vita molto più raccolto rispetto agli altri. Niente locali affollati, niente cene con trenta persone, spesso niente sport di squadra e via discorrendo.

Non è propriamente così. Io un certo disagio sto iniziando a provarlo. Ed è un disagio legato proprio alla solitudine. Sembra paradossale ma è così. C’è comunque una differenza sottile rispetto alla norma.

Non soffro infatti per la mia solitudine. Certo, come tutti, preferirei che fosse una mia scelta e non dettata da una causa di forza maggiore, ma purtroppo non può che essere così. Soffro per la solitudine altrui.

Il Covid19 ci ha “relegati”, “imprigionati”, “resi carcerati” – per usare delle espressioni molto comuni in questo periodo – e ciò non fa che creare nelle persone uno spasmodico bisogno di socialità e la ricerca di sentirsi parte di un “gruppo”.

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L’ansia di comunicare, vedersi in video-chiamata, parlarsi, nonostante purtroppo si abbia ben poco da raccontare vista la scarsità di accadimenti e la poca abitudine all’ascolto di sé, sta superando il livello di guardia.

Fino a qualche mese fa sarebbe stato un gesto ineducato videochiamare qualcuno senza prima avvertirlo. Oggi non dico che sia la norma ma capita abbastanza spesso.

C’è un surplus di messaggi per riempire le giornate. Le dirette intasano i social e sono le più varie. Si cerca di superare la solitudine da Covid mostrando il più possibile di sé e chiedendo in cambio un feedback qualsiasi.

Non critico questo atteggiamento né è mia intenzione deriderlo. Ho troppo rispetto per il concetto di “solitudine” da comprendere bene quanto possa essere crudele e pesante da subire.

Però inizia a pesarmi. La situazione è talmente assurda e inaspettata che non avevo preso in considerazione quanto la solitudine altrui possa crearmi sconforto.

Le motivazioni sono varie. Ho provato a rifletterci per cercare di capire il perché di questo singolare problema.

Intanto credo che una parte attenga a un banalissimo quanto umano senso di rifiuto. La mia parte più bambinesca ed elementare viene fuori a sussurrarmi nell’orecchio: «Se tutti odiano ciò che invece da sempre tu ami, vorrà dire che sei sbagliata, sei strana, sei diversa!»

Per mia fortuna o sfiga ho già superato l’infanzia da qualche decennio, per cui questo trabocchetto del mio carattere è stato il primo che ho riconosciuto e fatto fuori.

Poi viene il “ci abbracceremo presto”, “andrà tutto bene”. La mia parte ansiosa e cinefila sa che in genere nei film la frase “andrà tutto bene” viene spesso ripetuta a quelli che stanno per morire, così come il “separiamoci” nei film dell’orrore porta ad essere fatti fuori dal mostro/serial killer/ entità demoniaca di turno.

Dire “andrà tutto bene” equivale a sottolineare con un evidenziatore giallo che quindi adesso sta andando tutto male. E questo un po’ di ansietta non può che crearmela. Non che non ne sia cosciente, ma sottolinearlo non mi risolve il problema. Come se il Covid19 da solo non mi bastasse.

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La motivazione successiva ha una base altruistica e una egoistica. Mi dispiace sinceramente vedere persone che hanno un evidente problema nell’affrontare lunghe giornate da soli. Vorrei provare in qualche modo a farle star meglio.

L’egoismo risiede nel mio prendere atto che un cinquanta per cento del mio dispiacere per l’altrui disagio dipende dal fatto che è più semplice rapportarsi a persone serene.

Credo sia intuitivo che interagire con qualcuno che è in grado di affrontare un momento di crisi più serenamente di altri è più semplice che confrontarsi con chi invece si sente frustrato, ansioso, annoiato.

Ripeto: non c’è alcun giudizio nel mio discorso. Penso anzi che poche altre volte la maggior parte delle generazioni ancora viventi nel 2020 si siano trovate ad affrontare un periodo così inaspettato e difficile.

L’ultima motivazione è l’ansia da prestazione, il “quando tutto sarà finito”. Anche questa è una frase che si legge o si sente dire spesso. L’ho detta anche io.

Che accadrà quando tutto sarà finito? Non lo so ma non ho la certezza di essere pronta a quello che in tanti descrivono. Non so se voglio davvero abbracciare decine di persone, uscire in comitiva, ballare, cantare e tutte le altre cose che agli altri mancano così tanto.

Il mio sospetto è che invece, “quando tutto sarà finito”, avrò un gran bisogno di solitudine. Non la solitudine da Covid19, che è una solitudine fin troppo condivisa, ma la mia solitudine, quella che mi ha sempre fatto bene.

Spero con tutta me stessa che chi lo desidera possa fare bagni di folla, abbracciarsi, andare in discoteca, riempire i locali fino all’alba. Lo spero davvero con tutto il cuore e con le migliori intenzioni di cui sono capace. Sarà meraviglioso in quel momento sentirsi dire: «Non vieni? Sei sempre la solita asociale!».

Francesca Arca

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