ORE NOVE, FINALMENTE IN SPIAGGIA

mare

di Paola Piana

Ore nove, finalmente in spiaggia, mare bellissimo, poca gente ancora, per lo più famigliole. Sopportabili. Scelgo uno spiazzo tra due coppie di una certa età e, quando in Sardegna si dice “scelgo un posto tra…” significa che tra me e gli ombrelloni più vicini ci sono almeno venti metri di distanza, e sono già troppo vicini!

Mi sdraio al sole, abbronzante, cuffie, musica. Le cose belle purtroppo però, si sa, non durano! Nei miei venti metri di confine ha pensato bene di installarsi una famigliola composta da padre, figlia e nonno.

No, dico, ma sei sardo? Si sa che i non autoctoni non sono pratici ma tu, da come parli, mi pare proprio di sì. Allora? Come ti permetti di invadere quello che è lo standard minimo isolano? Vabbè, rimetto le cuffie, tanto sono già sdraiata, non mi alzerò dall’asciugamano neanche sotto l’attacco di un esercito di vespe!

spiaggia

Ma. C’è sempre un ma. I due invasori hanno una bambina di tre o quattro anni. Non so se avete mai visto un genitore, separato, gestire una figlia che sa di essere figlia di un babbo separato. Urla, capricci e, soprattutto, il babbo che spiega al proprio genitore che lui la lascia sfogare la bimba, così lei è felice e il tempo passa fino a quando la deve restituire alla mamma.

Semplice no? Poco importa che la bimba corra da una parte all’altra per sfuggire alla presa del genitore. Non importa neanche che, quando il genitore la tira fuori dall’acqua, lei gli stampi un bel morso sul braccio o che svuoti il secchiello pieno d’acqua sull’asciugamano.

L’importante è lasciarle fare ciò che vuole, così il tempo passa, la bimba si diverte e lui la può riportare sana, salva e felice alla sua mamma. Proprio mentre la maestra che è in me scalpita e sta per uscir fuori in tutto il poco tatto che la contraddistingue quando ha a che fare con certi genitori, mi ricordo all’improvviso che sono in ferie.

Mi sto godendo i tre mitici mesi di ferie per cui, sistemo meglio le cuffie, alzo il volume e volto lo sguardo dall’altra parte. È a quel punto che la vedo. Una signora di una certa età, e quando dico certa intendo certamente più grande di me, che, con una busta trasparente, passeggia lungo la spiaggia.

Guardo meglio e vedo che la busta contiene un sottile tubo di gomma nero , forse una vecchia guarnizione, varie bottigliette di plastica e altre cose non ben definite. La seguo con lo sguardo, rimproverandomi di non averci pensato anch’io e ripromettendomi di portarne una la prossima volta.

La vedo chinarsi ogni tanto a raccogliere qualcosa, finché non scompare tra gli ombrelloni. La famigliola succube della treenne richiama nuovamente la mia attenzione, il nonno esasperato dà uno sculaccione alla bimba che non vuole farsi asciugare, lei strilla, morde e grida “ti odio” un po’ a uno e un po’ all’altro ma, alla fine, dopo alcuni inseguimenti, se ne vanno.

Finalmente ritorna la pace e con lei anche la signora con la busta trasparente completamente colma di rifiuti. Con calma si dirige verso il suo ombrellone, chiude bene la busta per non perdere neanche un prezioso pezzetto del suo bottino e va soddisfatta a fare una bella nuotata.

Io mi sdraio, chiudo gli occhi nella pace riacquistata e vorrei avere metà della soddisfazione di quella donna che con un gesto così semplice ha dato un senso alla sua giornata.

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