“MAESTRE” e “maestre”

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di Francesca Arca

Ci riflettevo stamattina tra uno starnuto e l’altro: ci sono le “MAESTRE” e poi ci sono le “maestre”.

Al femminile, già. Perché ho 42 anni e quando ho iniziato ad andare a scuola non esistevano le primarie ma le elementari, c’era una sola insegnante e i maestri uomini non erano tanti. Dove andavo io ce n’era solo uno, un signore molto gentile dall’aria un po’ triste che, a pensarci ora, assomigliava al protagonista di “Umberto D.” di Vittorio De Sica.

La mia era una MAESTRA di quelle con tutte le maiuscole. Si chiamava Francesca come me. Aveva forse una cinquantina d’anni ma a me che ne avevo solo 6 sembrava vecchissima. Era single, ma all’inizio degli anni ’80 si diceva “signorina”. Per tutti era “Signorina Francesca”. Per noi era “Signora Maestra” o semplicemente, ma solo nel corso degli anni, “Maé”.

Le davamo rigorosamente del “lei”. Il “tu” non era contemplato nei confronti di nessuno che fosse già adulto. Avevamo i nostri grembiulini neri come la pece. I fiocchi erano rosa, celesti, rossi o blu. Ma li abbandonammo presto perché erano scomodi, ingombranti e inutili. «Tanto lo capite da voi se siete maschi e femmine, non credo che vi serva un fiocco.» rideva la Signora Maestra.

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Quindi al diavolo il fiocco, al massimo usavamo un collettino in pizzo traforato che si fermava con un bottone. Giusto per smorzare tutto quel nero poco da infanzia. Ma sul grembiule era irremovibile. «Cosa vi importa di come siete vestiti? L’importante è che siate puliti dentro e fuori. Qui siamo tutti uguali. Ne avrete di tempo per fare le sfilate di moda…» E poi a dispetto del nero bastava lei a portare tutto il colore possibile.

La mia Maestra era una donna molto colorata, bionda di un biondo irreale, gli occhi chiari con l’ombretto verde o celeste e il rossetto rosa, vestiva spesso di giallo e di rosso e nonostante non fosse particolarmente bella io la trovavo fighissima.

Negli anni ’80 alle elementari non si facevano tante attività come si fanno oggi ma la mia Maestra era una tipa combattiva. Eravamo l’unica classe che faceva attività fisica. Si era messa d’accordo con il babbo di un nostro compagno che faceva l’allenatore di calcetto per una squadra di bambini. Ogni sabato quindi per un’ora si andava in cortile a correre in cerchio e fare esercizio.

Alla ricreazione erano vietate patatine o merendine confezionate. Potevamo portare solo il classico panino con marmellata, crackers o grissini, una pasta o una fetta di pane salato comprata nel forno vicino alla scuola. La mia compagna di banco aveva sempre un piccolo delizioso panino farcito con dello zucchero. Se dimenticavi la merenda si faceva la colletta tra i compagni anche se la Maestra aveva sempre con sé una mela e dei crackers da distribuire al distratto di turno.

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Aveva creato una piccola biblioteca di classe. Ognuno portava dei libri, anche se il grosso li aveva comprati lei. Ogni mese potevamo prendere uno. Segnavamo il titolo e la data su un quaderno e firmavamo con nome e cognome per esteso. Se poi il libro ci era piaciuto potevamo scriverne oppure parlarne alla classe, ma soltanto se il libro era stato di nostro gradimento.

Alla fine dell’anno se eravamo stati particolarmente bravi potevamo scegliere un libro della nostra biblioteca e quel libro diventava il nostro. Non avremmo più dovuto restituirlo. La lettura quindi non era mai stata vissuta come un’imposizione bensì come un vero e proprio premio.

Il sabato era la giornata più bella, non solo perché il giorno dopo sarebbe stata vacanza ma perché, dopo aver ringraziato il babbo del nostro compagno Marco per la consueta ora di ginnastica, si tornava in classe per altre attività particolari.

Nei primi due anni quasi ogni sabato trovavamo già in classe qualcuno che non conoscevamo. Poteva essere un parente di qualche compagno oppure una qualsiasi persona che la Maestra aveva trovato interessante farci conoscere.

Questi ospiti erano lì per raccontarci del loro lavoro o di qualche esperienza particolare. Ho visto sfilare donne e uomini di tutti i tipi: cuochi, impiegati, assicuratori, muratori, insegnanti, falegnami, gommisti, meccanici, panettieri, negozianti, macellai e perfino un allevatore (che all’epoca mi sembrò il lavoro più bello del mondo).

Poi ci furono alcuni che ci raccontarono esperienze più importanti. Sfilarono zii che avevano lavorato per anni in Germania o in Belgio e che ci raccontarono le diversità rispetto all’Italia. Oppure nonni (tra cui il mio) che ci parlarono della guerra. Ero particolarmente orgogliosa di mio nonno perché tutti lo avevano ascoltato con grande attenzione.

Dalla terza elementare la Maestra ci insegnò invece a “leggere il giornale”. Ci spiegò come fosse strutturato un quotidiano, le differenze tra quotidiano locale e nazionale e l’importanza di informarsi e approfondire. Potevamo quindi portare ogni tipo di quotidiano e commentare in classe la notizia che ci aveva colpito di più. In più ci consigliò di vedere in tv “Quark” e “Parola mia”.

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The Classroom Teacher Teach Blackboard Clipart

Le ultime ore erano invece dedicate al disegno. A parte i cartelloni sulle stagioni, non avevamo quasi mai un tema predeterminato. Potevamo disegnare ciò che volevamo e con qualsiasi tipo di materiale. La Maestra ci spiegò che anche un semplice segno su un foglio poteva essere bello se per noi rappresentava qualcosa. Quindi non necessariamente dovevamo disegnare qualcosa di “esistente”. «Disegnate quello che esiste dentro di voi, fossero solo colori sparsi, sarà un bel disegno!»

Era una Maestra abbastanza severa. Dovevamo studiare sodo e dovevamo tenere i quaderni in ordine oppure arrivava la sgridata e il brutto voto: il famigerato “zero spaccato”, un cerchio rosso tagliato a meta da una linea minacciosa. I voti sui quaderni erano molto semplici: zero spaccato, malissimo, male, bene, benissimo, 10. Non si poteva sbagliare.

Nonostante fosse severa però non avevamo alcuna paura perché non era “cattiva”. Sapevamo che era giusta e ci sentivamo protetti e appoggiati.

Le ho voluto un gran bene, anche se credo di averla abbracciata solo un paio di volte. Ancora adesso mi dico che molte delle cose che fanno parte di me sono nate in quegli anni grazie a lei: l’amore per il significato delle parole, per la lettura, per la scrittura e la curiosità per le storie degli altri.

Esistono ancora MAESTRE delle quali percepisci il peso di ogni lettera maiuscola e sono quelle che lasceranno un segno importante nelle vite di tanti futuri adulti. Ne ho conosciute molte e tra loro ci sono alcune delle mie amiche più care.

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