INVERNI PASSATI

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di Paola Piana

Non so se avete presente quelle giornate invernali in cui l’aria è frizzante, fredda ma non troppo perché un bel sole riscalda tutto intorno. Oggi era una di quelle giornate, un’amica è venuta a trovarmi e io ho fatto due passi fuori di casa per salutarla.

Di colpo, come nel più classico dei flashback, mi sono ritrovata indietro nel tempo quando da bambina andavo a trascorrere il Natale da mia zia, in campagna.

Ho calpestato l’erba ancora bagnata di rugiada che calpestavo da piccola, ho respirato quell’odore inconfondibile che hanno certe mattine d’inverno. Odore di freddo e di sole tiepido, di forno a legna e di erba bagnata.

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All’improvviso ero lì, nella casetta del forno a guardare mia zia che preparava le teglie, una con il maialetto ben adagiato nel suo letto di mirto appena raccolto e l’altra con l’agnello. Mio zio, perché ci sono lavori che solo un uomo poteva fare, portava fascine di legna già pronte per essere bruciate e le infilava ad una ad una nel forno attraverso quell’apertura così stretta che mi aveva sempre stupita. Il profumo della legna bruciata riempiva la stanza, sapeva di mirto, salvia, rosmarino e olivo.

Mia zia, rossa in viso per il gran caldo, andava da una stanza all’altra, ora prendeva dalla camera da letto, spesso adibita a dispensa, una larga cesta di vimini piena di gnocchetti preparati da lei qualche giorno prima, ora un tagliere con formaggio e salsiccia perché si sa, a una certa ora, nello specifico le dieci del mattino più o meno, viene fame!

Intanto, sul fornello, un pentolone con il sugo cuoceva già da un bel po’; mamma non sopportava il sugo che preparava mia zia, era sempre troppo dolce o troppo bruciato o troppo salato e, soprattutto, non sopportava che si usasse il formaggio pecorino, dal sapore troppo forte, a suo dire. Anche noi bambini, abituati al parmigiano o al grana, non sopportavamo un gusto così deciso in verità.

Il pranzo, come tutti i pranzi natalizi, durava ore, durante le quali i grandi parlavano con un gran vociare di tutto e noi piccoli dovevamo stare zitti e seduti fino alla fine che non arrivava mai!

Il segnale della fine del pranzo era dato dal rumore del caffè che saliva nella caffettiera. Il caffè però, non era un caffè qualunque, anche perché la stessa caffettiera non era una caffettiera qualunque, era l’arnese più grande che avessi mai visto: mia zia possedeva una caffettiera da ventiquattro tazzine, della quale andava fierissima! Noi un po’ meno!

Il fatto è che questa caffettiera veniva usata solo in determinate occasioni, quindi il caffè era pessimo! Passato il momento caffè, noi bambini potevamo alzarci da tavola ma non per molto, perché arrivava l’ora della tombola!
-La famigerata tombola di Natale! – ecco, leggete questa frase con la voce di Fantozzi e avrete un’idea di cosa fosse.

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Mia zia prendeva quasi sempre il tabellone e il sacchetto con i numeri per sé, noi un paio di cartelle: io prendevo la 13 e la 17 azzurre. I due numeri erano dati dalle prime caselline delle due cartelle. Quando non prendeva il tabellone, zia Giovannina, apparecchiava la tavola davanti a sé con una decina di cartelle che regolarmente non riusciva a seguire e, a metà gioco, chiedeva che le venissero letti tutti i numeri che erano stati già sistemati nel tabellone. Il gioco ad un certo punto finiva per stanchezza, nostra, mica di mia zia! Lei avrebbe continuato ad oltranza fino a capodanno, un caffè ogni tanto e via!

Ad un certo punto della serata, arrivava quello che noi bambini aspettavamo con ansia, il momento del regalo! Mia zia non aveva figli e neanche troppo buon gusto in fatto di regali e mia madre, col suo solito tatto glielo aveva fatto capire fin da quando eravamo piccoli, perciò i suoi regali erano sempre banconote da cinquanta o centomila lire che ci dava di nascosto e noi, altrettanto di nascosto, lanciavamo un’occhiata a nostra madre per farle capire che il bottino era stato recuperato!

Finalmente si poteva cenare, ancora adesso non so con quale coraggio, con gli avanzi del pranzo; poi tutti in macchina nella mitica seicento grigio topo e finalmente si ritornava a casa.

Odiavo quei Natali pensati ad uso e consumo dei grandi; li ho odiati con tutte le mie forze quando, ragazzina, ancora mi costringevano a parteciparvi, ma oggi, quell’odore, quell’aria pungente e pulita, quel sole tiepido, mi hanno riportato indietro ad un’epoca che non esiste più, a una zia che non esiste più, a una Paola che non esiste più.

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