FRANCESCA ROMANA COLUZZI – LA GIGANTESSA DEL CINEMA ITALIANO

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di Ignazio Gori

da “I DIARI DI CINECLUB, n.67, dicembre 2018 (puoi scaricare gratuitamente l’ultimo numero della rivista cliccando QUI)

Nel cuore dei monti Aurunci, nel basso Lazio, e precisamente nella frazione di Monticelli, vicino Esperia, c’è un piccolo e suggestivo cimitero, uno di quei luoghi silenziosi e malinconici che mantengono il fascino diroccato delle preghiere recitate in segreto, dei pellegrinaggi poetici. È stato proprio in questo cimitero che dopo innumerevoli ricerche ho scovato la tomba di Francesca Romana Coluzzi.

Una piccola croce arrugginita, umile, quasi anonima, ròsa dal vento. Una foto sbiadita, irriconoscibile. Un mazzetto di violette appassite. Mi sarei stupito di trovarla diversamente, perché certi personaggi continuano a vivere solo nella memoria collettiva, nel mondo dei sogni, dei desideri, restando giovani e vigorosi per sempre. I luoghi fisici hanno poco da spartire con i luoghi dell’anima.

Francesca Romana Coluzzi ha saputo imporre una bellezza atipica, quasi un unicum nella storia del cinema italiano, di genere e d’autore, e lo ha potuto fare grazie a una statura elevata – 1,82 cm – e a una corpulenza giunonica, atletica e androgina; ma ha saputo altresì imporre un tono recitativo costante e colorato, pieno di sottili sfumature di
bravura.

Questo talento così istintivo ha fatto in modo che la Coluzzi si distaccasse quasi da subito dalle altre “caratteriste di genere”, quali, tra le più brave, Clara Colosimo, Liù Bosisio o Luciana Turina. La sua spiccata sensualità sanguigna l’ha di fatto inserita in quella fetta di desiderio maschile che diversamente dalla Fenech, dalla Bouchet, da Femi Benussi o Lilli Carati, trovava spazio in un’attrazione decisamente più feticistica.

I nomi che le si potrebbero accostare sono pochissimi, la transessuale afroamericana Ajita Wilson, l’amazzone Florinda Bolkan… seppur con cariche erotiche diverse e soprattutto a livelli di recitazione diversi. Ma la Coluzzi non
travalica i toni della commedia all’italiana, è nel suo sangue e la simpatia che trasuda, letteralmente, dal suo corpo eroticamente smisurato, non le hanno mai permesso di essere la trucida femme fatale, a favore di ruoli decisamente
più bonari, forse a volte scorbutici, ma assolutamente caldi e morbidi, ruoli “cuscino” per i capricci dei maschi italiani.

D’altronde non sono pochi gli uomini che trovano nelle “spilungone” dei sex symbol irresistibili, dalla gigantessa del basket sovietico Ulyana Semionova – 2,15 cm e 58 di piede – alla più recente Brigitte Nielsen, le donnone hanno sempre morbosamente sconfessato il detto popolare che nella botte piccola c’è sempre il vino migliore.

Ma l’adorazione, il culto, si fa in segreto, mai dirlo apertamente; altrimenti si rischia di sdilinquire tutto l’ambiguo che ruota attorno ai personaggi che hanno fatto della Coluzzi una sorta di Totem al femminile, basta guardare i ruoli stracult recitati nel 1972 in Anche se volessi lavorare, che faccio? di Flavio Mogherini e ne La mala ordina del grande Fernando Di Leo; ruoli al limite di una ninfomania primitiva, che eccita il maschio fino alla totale umiliazione.

Lavorando come “stuntgirl ”, la Coluzzi iniziò negli anni Sessanta ad affermarsi come controfigura di ruoli maschili e questo suo essere vigorosamente femmina e maschiaccio al contempo non poteva sfuggire al variegato universo femminile felliniano, tanto che il grande Federico la scelse per un ruolo in 8 e mezzo che lei scelse di non fare per proseguire gli studi.

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Ma il debutto non tardò molto perché Pietro Germi, altro regista attento al mondo femminile e alle sue declinazioni, la volle per il ruolo della verace prostituta Asmara nella commedia agreste di stampo anarchico Serafino, al fianco di un rustico Adriano Celentano.

Il mondo del cinema accolse con sorpresa questa simpatica bambolona, con le mani e i piedi oversize, la zazzera e la peluria sopra le labbra, le sopracciglia folte, quasi unite, le spalle da olimpionica e lo sguardo ingenuo e malizioso. Fu infatti Alberto Lattuada nel 1970 a cucirle addosso il ruolo più significativo della sua carriera, quello di Tersilla Tettamanzi, una smaniosa e provocante ragazza di provincia che insieme alle strepitose Angela Goodwin e Milena Vukotic, farà impazzire il povero Ugo Tognazzi, “allievo del Mantegazza”, fino a prosciugarlo, in tutti i sensi, e ridurlo
alla sedia a rotelle.

Quello di Tersilla in Venga a prendere il caffè da noi sembra essere un ruolo scritto appositamente per lei e l’interpretazione le varrà il Nastro d’Argento per la miglior attrice non protagonista nel 1971. La deriva commerciale dei “film alimentari”, come li definiva il compianto Umberto Lenzi, è stato nel caso di Francesca Romana Coluzzi un percorso quasi obbligato. Una chiamata scontata quella che l’attrice di nascita albanese ma italianissima si è vista recapitare al bivio tra il cinema d’autore e la commedia sexy, di gran consumo tra l’inizio degli anni Settanta fino
alla metà degli Ottanta.

E dunque largo a piccoli e pruriginosi ruoli accanto a Lino Banfi, Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo, Mario Carotenuto, siparietti da avanspettacolo che le hanno consentito di restare nell’immaginario collettivo delle generazioni a seguire, grazie al revival che le commedie “scollacciate” hanno avuto negli ultimi anni.

I ruoli erano quasi sempre omologati e approssimativi: professoresse di ginnastica assatanate di sesso, cestiste strabiche, bidelle irsute, hippy pansessuali e soprattutto mogli stra-gelose di omuncoli perennemente arrapati. Le vette di questo affannoso periodo sono senza dubbio quelle che la vedono nei ruoli di moglie di Lino Banfi in Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia di Luca Davan (1973) e ne L’infermiera di notte di
Mariano Laurenti (1979).

Ma nel 1985 la Coluzzi è stanca di questi ruoli – forse l’unica eccezione riguarda Yado al fianco di Arnold Schwarzenegger, in cui interpreta la madre della già citata Brigitte Nielsen, un film di Richard Fleischer, grande regista americano, autore tra l’altro del capolavoro L’assassino di Rillington place n.10 – e in mancanza di proposte diverse apre a Roma un laboratorio culturale chiamato “Il Minestrone”, che presto sarebbe diventato una vera e propria scuola di recitazione.

La passione per il suo lavoro l’ha tenuta tra i giovani aspiranti attori fino alla morte, dopodiché è stata sua figlia Sveva a continuare la gestione della scuola. Ma Francesca Romana Coluzzi non è morta semidimenticata il 15 luglio del 2009 ad appena 66 anni.

Non è stata solo l’attrice del trash sommerso, la ruspante struzza da accalappiare, la cavernicola indomabile, la cammella ondulata e sensuale, meritevole di appena una manciata di striminziti necrologi di giornale. Non è stata solo un fumetto provocatorio per gli inserti di Frigidaire, o un santino sacro-e-profano o una protofemminista o ancora una icona queer.

Non è stata solo la corpulenta lottatrice di sumo che in Banzai strapazza il goffo e indifeso Paolo Villaggio urlando il suo esilarante ultimo grido all’Occidente. Anzi, Francesca Romana Coluzzi non riposa neanche nel piccolo e suggestivo cimitero di Monticelli, tra le montagne, ma è viva, continua a vivere sulle bancarelle dell’usato, nei mercatini, in quei dvd arraffati per caso da collezionisti e cinefili, da integerrimi ricercatori smanettoni, da studiosi di fenomeni di costume, di appassionati di tendenze pop o new age.

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