UN GIORNO D’OTTOBRE

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di Maria Rosa Spano

Dall’alba passeggio qui nel bosco. Oggi il muschio è umido, sotto le foglie marce, e un odore acre mi fa scoprire il fungo ai piedi di un albero. Ho un cesto quasi pieno. Raccolgo di tutto: fiori, bacche grandi e piccole, rosse e violette, qualche foglia e piccoli rami storti, spinosi. Sin da piccolo rovistavo nei sentieri e mi piaceva ritornare a casa con i calzoni strappati e le ginocchia sbucciate, ma col mio sacco stracolmo.

Tornando verso casa assaporavo le esclamazioni, i rimproveri della mamma, per i vestiti da ricucire più che per i graffi.

«Quelli si rammendano da sé – diceva strattonando i miei capelli, resinosi e scompigliati – vatti a lavare ché fra un po’ si cena.»

La aiutavo ad apparecchiare e la guardavo. Era bellissima, con i capelli annodati sulla nuca, e qualche ciuffo che le sfuggiva sulla fronte. Rideva e scherzava mentre mi chiedeva notizie sulla passeggiata.

«Sei stato sino al fiume?»

«Ho lanciato più di mille ciottoli nell’acqua. Che rimbalzi!»

Faceva finta di credere alle mie spacconate. Avevo dodici anni e mi sentivo grande vicino a lei, alta solo un po’ più di me e così snella, fragile.

A tavola occorreva star buoni e cercar di osservare le buone maniere. Mio padre non gradiva certi atteggiamenti. Lavorava in campagna e lo vedevo solo alla sera.

«Non tirare su col naso!»

«Non vedi che è raffreddato?» diceva lei.

«E’ colpa sua! Tutto il giorno a vagabondare, come fosse piena estate!»

La mamma interveniva in mia difesa, e a volte riusciva a strappare un sorriso anche a Lui.

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Dopo aver cenato, papà sedeva in poltrona a leggere per l’ennesima volta lo stesso libro di pagine ingiallite e stropicciate. Io e la mamma invece sedevamo per terra, davanti al contenuto del sacco. Lei intrecciava i lunghi e flessibili vimini fino a farne due cercini. I rametti d’alloro, le bacche di fuoco delle rose selvatiche, le foglie rossastre, tormentate, dell’ippocastano, il pungitopo e piccoli grappoli rossi si univano in variopinte ghirlande. Il tempo scorreva veloce e troppo presto era già ora di dormire.

Le giornate d’autunno sono brevi e il buio arriva molto in fretta. Il tempo per le mie scorribande si assottigliava con l’avanzare della stagione. Spesso ritornavo a casa con il sole già tramontato e lei era lì, sulla porta, a cercare di scorgermi da lontano. Agitava il braccio e correvo sino a raggiungerla. Sapeva di pane e di minestra calda. Un giorno, però, non la trovai ad aspettarmi.

E la casa era completamente illuminata. Sentii le gambe irrigidirsi e feci gli ultimi passi con grande fatica.

«Mamma, dove sei?»

Era la mia voce e non mi apparteneva. Entrai, e lo seppi subito. Era raggomitolata sulla sedia di vimini vicino all’ingresso e piangeva. Il sollievo nel vederla non superò l’angoscia.

«Mamma, cosa c’è?»

La scuotevo piano, quasi avessi paura di romperla. Le accarezzavo la testa cercando e temendo di vedere i suoi occhi. Finalmente mi guardò.

«Da oggi saremo soli.»

Queste poche parole. E l’uomo silenzioso, quasi invisibile, che era vissuto con noi, mi apparve improvvisamente grande, forte. E noi deboli, piccoli. Appoggiati uno all’altro, arrivammo alla stanza per me di solito inaccessibile, invasa di facce pallide e sconosciute. Il lettone troppo piccolo per lui che, con gli occhi socchiusi e le braccia conserte, osservava sicuramente tutto. Rivedo ancora, sopra la testiera, una ghirlanda appesa accanto al crocefisso.

I parenti venuti dalla città si occuparono di tutto.

Vissi poi con lei, solo per lei, che diventava sempre più sottile. Era un fuscello nelle mie braccia quando anch’essa mi lasciò. Ho ripreso il mio vagabondare nelle campagne, nei boschi, e tra i viottoli, nelle siepi, ricerco la mia fanciullezza.

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