DALLA GUERRA FREDDA ALLE TORTE IN FACCIA

da “I DIARI DI CINECLUB, n.61, maggio 2018 (puoi scaricare gratuitamente l’ultimo numero della rivista cliccando QUI)

di Fabio Massimo Penna

I duri botta e risposta tra Kim Jong-Un e Donald Trump, gli esperimenti nucleari della Corea del Nord e le tensioni tra Russia e Stati Uniti nate dopo il caso Skripal fanno tornare alla mente il periodo della cosiddetta “guerra fredda” e il terrore di un possibile conflitto nucleare (al tempo divenuto una vera e propria psicosi di massa) che percorreva il mondo tra gli anni Cinquanta e i primi anni Novanta. La contrapposizione tra i paesi occidentali legati agli Stati Uniti e le nazioni sotto l’influenza dell’Unione Sovietica, divisi dalla “cortina di ferro”, era tenuta in precario equilibrio dal timore dell’esplosione della bomba atomica e la conseguente guerra nucleare che avrebbe distrutto il pianeta terra. Questa instabile e pericolosa situazione di stallo si risolse a seguito della caduta del muro di Berlino (1989) che portò al raggiungimento nel 1991, da parte delle due superpotenze, di un accordo per mettere al bando gli armamenti nucleari. Le possibili disastrose conseguenze di un conflitto su scala mondiale erano all’epoca della guerra fredda uno dei soggetti preferiti da molti cineasti e tra i film sull’argomento vanno segnalati Il dottor Stranamore ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964) di Stanley Kubrick, A prova di errore (1964) di Sidney Lumet e The day after (1983) di Nicholas Meyer. Per esemplificare l’assurdità della situazione di stallo che bloccava le due superpotenze USA E URSS, la cosiddetta “guerra fredda”, Kubrick faceva ricorso a un gioco matematico: “Due uomini salgono in due differenti vagoni del medesimo treno, essi conoscono le regole del gioco, ma non possono comunicare e il gioco è il seguente: se entrambi scendono alla prima stazione toccano dieci dollari ad A e tre a B, se scendono alla seconda stazione sarà B a guadagnare dieci dollari e A solo tre, ma se essi non scendono nella medesima stazione non otterrà nulla nessuno dei due. Ecco così delineata una situazione di mutuo conflitto e contemporaneamente di mutuo interesse con un gran numero di possibili malintesi, anche quando una delle due parti fosse disposta a concedere di più all’altra ma questa non fosse pronta a riceverlo” (Sergio Toffetti, Stanley Kubrick, Moizzi editore, Milano, 1978). Nelle prime due ipotesi kubrickiane il disarmo unilaterale di una delle due superpotenze avrebbe regalato un vantaggio all’altra, quello di poter usare le proprie armi contro una nazione senza più armamenti, mentre la terza ipotesi, prevedendo un mancato accordo tra le due parti, avrebbe comportato una perdita per entrambe ossia un conflitto atomico capace di provocare la fine del mondo. Il regista newyorkese aveva notato come la guerra fredda al di là della drammatica paura che portava con sé mostrava aspetti irrazionali che sconfinavano nel ridicolo.

Da questa constatazione nasceva l’idea vincente di trasformare un romanzo tragico, Red Alert di Peter George, in un film comico e altamente ironico. Kubrick nel corso del trattamento della sceneggiatura comprese che tutte le idee che gli parevano grottesche e insensate erano le più plausibili e aderenti alla situazione reale: “Le cose sono andate in modo piuttosto curioso… ho cominciato con il desiderio di raccontare una storia seria. Lavoravo alla sceneggiatura e dopo alcune settimane finii per rendermi conto che tutte le buone idee, tutte le cose verosimili erano ridicole… Certo ciò che dovevo fare era solo dello humor nero, dato che tutto ciò che sembrava veridico si ricollegava a questo genere” (Pierre Giuliani, Stanley Kubrick, Le mani-microart’s edizioni, Genova, 1996). Il regista americano riteneva illogico che due superpotenze potessero porre fine alla razza umana per divergenze che nei secoli successivi sarebbero sembrate prive di importanza. Tanto gli appariva insensata la guerra fredda che Kubrick, in un primo momento, intendeva concludere la pellicola con una battaglia a torte in faccia. Quasi in contemporanea con il capolavoro kubrickiano uscì nelle sale A prova di errore di Sidney Lumet che, pur mantenendo un tono drammatico, aveva una trama simile a quella del Dottor Stranamore. Anche in questa pellicola una falla nel sistema di sicurezza americano provoca un attacco contro la Russia e il bombardamento di Mosca, con armi atomiche, da parte di una squadriglia statunitense. L’azione militare scatena una terrificante reazione sovietica. Occhio per occhio, dente per dente e New York viene rasa al suolo. Il rischio della terza guerra mondiale viene scongiurato ma a un prezzo salatissimo. Il film è tratto dal romanzo Fail-safe di Eugene Burdick e Harvey Wheeler contro i quali Peter George, autore di Red Alert da cui è tratto il film Stranamore, intentò una causa per plagio ritenendo il loro libro copiato integralmente dal suo. Molti anni dopo, negli anni Ottanta, in un periodo in cui il terrore della guerra atomica aveva raggiunto livelli di paranoia, usciva il film, inizialmente destinato alla televisione americana, The day after in cui si ipotizzava che una cittadina del Texas venisse sottoposta a un bombardamento con missili a testata nucleare russi. Il risultato di tale guerra atomica era terribile: città ridotte a cumuli di macerie con i pochi sopravvissuti fisicamente distrutti dalle radiazioni. Il giorno dopo le esplosioni atomiche l’umanità cadeva in un nuovo e buio medioevo in cui i pochi rimasti in vita erano costretti a vivere come animali in un susseguirsi di saccheggi e omicidi. Il film, uscito nel 1983, ricevette una enorme attenzione da parte del pubblico perché dava forma alle angosce dell’umanità in un periodo in cui il rischio di un conflitto atomico era terribilmente concreto e consistente. Tre film, tre registi, un unico messaggio: guai a scherzare con la bomba atomica. È ancora il grande Stanley Kubrick a metterci in guardia: “Durante i primi esperimenti di Los Alamos sulla bomba atomica, alcuni fisici erano del parere che dalla prima esplosione si sarebbe sviluppata una reazione a catena capace di distruggere l’intero pianeta. Ovviamente, ritenevano che fare un tentativo sarebbe stato un errore. Ma un gruppo più influente, che in seguito dimostrò di avere ragione, dichiarò che non ci sarebbe stata nessuna reazione a catena, e decise di fare l’esperimento. Il fatto che un gruppo di scienziati competenti e responsabili avesse motivo di credere che l’esperimento avrebbe causato la distruzione del mondo (e all’epoca non c’era sicuramente nessun modo di provare che avevano torto) doveva essere un buon motivo per astenersene. Ma non sono stati ascoltati” (Intervista a Stanley Kubrick di Michel Ciment in Anthony Burgess, Arancia meccanica, Giulio Enaudi editore, Torino, 1996). All’epoca a Los Alamos le cose andarono bene ma, forse, non è il caso di sfidare nuovamente la fortuna.

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