CAMPAGNA ELETTORALE E INTOLLERANZA

di Giovanni Brianda

E’ tollerabile una campagna elettorale costruita sull’intolleranza? No, non parlo di intolleranza nel senso di xenofobia o razzismo, altrimenti darei un giudizio su particolari partiti e pensieri politici, e non è questo il tema che vorrei trattare. Vorrei parlare invece di clima di intolleranza nel senso della totale mancanza di rispetto delle convinzioni altrui fino a portare ogni confronto sul piano dello scontro urlato, spesso anche feroce e violento!
Ecco, questo pare sia stato l’elemento dominante che ha caratterizzato questa campagna elettorale: l’intolleranza dell’opinione diversa, a tratti fino a volerla sopprimere, delegittimare, sputtanare, diffamare; in pochissime parole mortificare ogni vero contenuto politico per lasciar spazio al vuoto intellettuale della peggiore tifoseria calcistica che a noi italiani piace tanto. Le Tv ed i giornali TUTTI si sono trasformati in plotoni d’esecuzione di partito pronti ad andare a caccia di ogni possibile scandalo dei “nemici” fino a costruire questi scandali attivamente con il sensazionalismo d’inchiesta ad orologeria che neanche l’FBI, la CIA ed il KGB sotto presidenziali USA avrebbero saputo pensare. Un paio di esempi per tutti sono stati il servizio de Le Iene sui parlamentari grillini che non donavano parte dello stipendio come promesso e falsificando le pezze; ma anche il servizio di FanPage che scopre un losco traffico camorristico che coinvolge l’intera famiglia di un governatore PD….addirittura infiltrando un provocatore di reato, cioè con un metodo investigativo ancora oggetto di discussione tra le forze investigative e la magistratura. Insomma un giornale online si è permesso di condurre un’indagine con metodi così di dubbia etica che anche gli investigatori della intendenza di finanza in genere evitano di utilizzare! E poi le bufale, le notizie distorte, i botta e risposta tra testate giornalistiche. Forse qualche professionista iscritto all’ordine dovrebbe chiedersi se si tratti dell’ordine dei giornalisti o degli avvocati. Che so, fai che uno possa sbagliare iscrizione. E poi ci sono i talk show, che mentre una volta esisteva solo Porta a Porta (considerato la terza Camera del Parlamento, e che da sempre vieta applausi ed interventi dal pubblico) ora esiste un’ intera offerta di format di pseudo approfondimento e di tribuna politica; perché ormai abbiamo una TV così commerciale e di concorrenza in cui non c’è spazio per contenuti che portino lo spettatore a cambiare canale, che tutto deve esser spettacolo e dinamismo mediatico. Gli studi televisivi sono sempre più palchi scenici multimediali con contributi video, e anche i botta e risposta tra gli ospiti sembrano partite di morra, oppure un gioco a premi in cui vince chi riesce meglio a parlare sopra gli altri facendo passare i propri slogan così costruiti come non si vedeva dai clip di Carosello negli anni ’70: Da Cesare Polacco che mostra la sua calvizie attribuendola a non aver mai usato la Brillantina Linetti a Matteo Salvini che parla di disoccupazione attribuendola a chi viene a rubarcelo da fuori. In questo gioco il giornalista non è più tale ma diventa conduttore ed arbitro che fa domande per le quali si può rispondere entro e non oltre 10 secondi, anche alla domanda più delicata ed articolata, a costo di esser interrotti dalla pubblicità o dalla domanda seguente. Dinamismo e azione a tutti i costi…e a ramengo il significato e i contenuti dei dibattiti! Non a caso, pur di attaccarsi ad un cavillo che mantiene alto il suo trattamento economico, anche Vespa ha dichiarato che il suo format (Porta a Porta) è di intrattenimento e non di approfondimento giornalistico!

E poi c’è la rete, dove tutto è permesso. Dove, per carità, è giusto garantire la libertà di espressione, almeno fino a che non si infrange la legge; ma talvolta penso che sui social questa prerogativa ci sia davvero sfuggita di mano. Come non dare ragione a Mentana quando conia la definizione di Webeti? E allora ecco che la tifoseria calcistica diventa presto cassa di risonanza di questa guerra mediatica facendo girare in modo virale e a ripetizione bufale che diventano verità assolute nella percezione dell’elettore più coinvolto. Anzi, magari distruggendo ogni briciola di onestà intellettuale di chi va in cerca della notizia che desidera a costo di star bene alla larga da eventuali smentite o semplicemente di valutare palesi distorsioni. Insomma se la notizia mi dà ragione la prendo per buona e la pubblico a prescindere da ogni attendibilità, invece le altre le scarto facendo finta di non averle neppure viste. E anche questo elemento è ovviamente oggetto di scontro tra chi ha versioni diverse degli stessi fatti, quando non si tratta di non-notizie, cioè quelle che non hanno neppure peso e senso di esser discusse. Non è poi così ironico se dico che se prima i social network erano causa di divorzi e di tradimenti, con la politica sono diventati anche causa di gravi scontri e amicizie rotte. Pensa un po’, più o meno come tra interisti e juventini in piena calciopoli.
E’ un meccanismo perverso che fagocita anche chi vorrebbe utilizzare lo strumento di interazione più utilizzato al mondo (Facebook) per sani confronti ideologici e di scambio di informazioni corrette. L’intero ambiente virtuale diventa un’enorme macchina del fango, un ring su cui non puoi salire senza guantoni e paradenti.

Certo, non si può negare che questo clima sia esasperato dal reale disagio sociale che il paese sta attraversando e spesso trattato con mai abbastanza attenzione da parte della nostra classe politica, ma alla fine è stata proprio quest’ultima a cavalcare questo disagio per farne slogan di propaganda… alimentando l’intolleranza in ogni sua forma. Se non è intollerabile questo… No, non perché la politica non possa rappresentare certi umori, ci mancherebbe; piuttosto credo che sia una questione etica per un partito quella di non voler raccogliere consenso politico senza pesare eventuali effetti troppo costosi in termini di sicurezza o di coesione, fino alla tenuta della stabilità dell’intero paese in un momento storico così teso. Insomma, fomentare il popolo significa sempre anche dare spazio alle schegge impazzite o addirittura a vere e proprie cellule dormienti di intolleranza di ogni genere. La politica deve in qualche modo assumersi la responsabilità di fare in modo che la gente non scenda per la strada a mano armata, prima che ci sia bisogno della soppressione attraverso le forze dell’ordine. Di questi “film” mi pare che ne abbiamo visto davvero abbastanza! Invece pare che questo senso di responsabilità sia così distorto che i nostri leader riescono a fomentare odio anche condannandolo verbalmente: Razzisti contro buonisti; spocchiosi contro giovani e abbronzati; rossi contro neri; addirittura fascisti contro comunisti. Inutile dire quanto questa deriva sia pericolosa, ed infatti in poco tempo abbiamo assistito a giovani con manifesti problemi sociopatici e con la svastica tatuata in testa vagare per la strada per sparare tutti gli uomini di colore che incontrava nel suo cammino; ma anche maestre elementari che fanno contro-manifestazioni verso Casa Pound con una birretta in mano, insultando le forze dell’ordine, accusandole di esser i protettori dei fascisti fino ad augurare ai carabinieri la morte; e poi ancora abbiamo pestaggi di pseudo-fascisti contro pseudo-comunisti e viceversa. E a me impressiona sempre più dover rispolverare nella mia coscienza nell’Anno del Signore 2018 il significato di una lettera di Pasolini a Moravia che parlava di antifascismo rabbioso che veniva sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, chiedendosi se questa potesse essere stata solo un’arma di distrazione di massa che la classe dominante usava su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso.
Ma forse sbaglio. Forse è solo una fisiologica ed inevitabile reazione per la condizione socio-economica in cui versa il paese, e forse in un certo senso è anche una forma di libera espressione democratica che si contrappone con la repressione di ogni manifestazione reazionaria e popolare. Insomma una specie di rivoluzione che potrebbe finalmente urlare nelle orecchie dell’establishment politico più urticante che la misura è colma, a costo di avere una fase di instabilità.
Ad ogni modo in un paese civile non bisogna mai tollerare la violenza, in nessuna forma. E da questo punto di vista questa è stata una campagna elettorale davvero intollerabile.
E cosa dovremmo aspettarci di diverso dal dopo voto? To be continued…

1 commento su “CAMPAGNA ELETTORALE E INTOLLERANZA

  1. La violenza di ogni tipo vuol dire mancanza di argomenti. La classe politica moderna, dai “rottamatori” fino ai grillini, paga la mancanza di cultura e di valori civili. Tutti hanno troppa pancia e poca testa. A discapito di coloro tra di essi che invece hanno la voglia vera e anche la preparazione per provare a cambiare il paese. Speriamo che ora ogni partito valorizzi solo i suoi elementi migliori e capisca che alcuni altri invece vanno abbandonati. Bella analisi grazie

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