LA SARTIGLIA E LA SUA MASCHERA

di Francesca Arca

Il carnevale si è concluso e con esso tutte le manifestazione che ogni anno ruotano intorno a questa festa antichissima nella quale elementi religiosi e pagani si intrecciano fino a diventare sfumati. In Sardegna il Carnevale è diverso. Non è solo risate e coriandoli, goliardia e sorriso. Il nostro Carnevale è qualcosa di ancestrale che porta noi sardi a specchiarci in una maschera sibillina, impenetrabile, come quella de Su Componidori della Sartiglia.

«Forse quasi tutti i carnevali sardi, sono diversi dagli altri in Italia. Sono più seri, per esempio. Non sono fatti per ridere. La Sartiglia non fa eccezione. In questo suo non essere “carnevalesco”, in questo suo non essere fatto per ridere, il carnevale della Sartiglia è molto sardo.» » E’ così che rispose Giulio Angioni – antropologo e narratore, tra i nomi indimenticabili della cosiddetta “nuova letteratura sarda” – quando un paio d’anni fa ebbi il piacere di poter porre delle domande a riguardo sia a lui che al Professor Bachisio Bandinu, probabilmente il maggiore tra gli studiosi delle tradizioni della Sardegna, con il suo occhio acutissimo capace di catturare l’essenza del nostro passato.

Sartiglia, Oristano, Su Compondidori Contadini – foto: Maurizio Pia

Chi non conosce questa festa così affascinante potrebbe superficialmente considerarla un bellissimo palio cavalleresco, alla stregua di altre corse all’anello che possiamo ritrovare nelle tradizioni medievali di molte zone italiane, ma è bene sottolineare che la Sartiglia non è una competizione ippica ma un rito religioso arcaico. «Ci sono delle caratteristiche che la fanno diversa da ciò che in genere coloro che non sono di Oristano pensano che siacontinuò Giulio Angioni – e cioè una sorta di gara, di corsa o di abilità nell’uso dello stocco. Non è niente di tutto questo, anche se viene in parte intesa e praticata in questo modo. Mentre un tempo soltanto Su Componidori doveva avere la “valentìa” di passare la stella con lo stocco, oggi si alternano diversi cavalieri che quindi, in un certo qual modo, competono. Ma la contesa non è mai stata parte della corsa. La bravura sicuramente, ma non certo la gara.»

Qual è dunque la peculiarità che rende la Sartiglia qualcosa di così diverso da feste all’apparenza similari? «I carnevali sardi sono di due tipologieci spiegò il professor Bandinu – il primo tipo, in cui inserirei la Sartiglia, ha come tradizione la propiziazione all’abbondanza di messi ed è quindi effettivamente riconducibile alla sua origine nel riferimento alle divinità produttrici e all’abbondanza della terra. Tutta la comunità era inserita in un contesto agropastorale che non si limitava però solo ad agricoltori e pastori. Anche il calzolaio, il falegname, il fabbro, erano parte integrante di questa realtà. Antropologicamente appartenevano alla stessa cultura e vivevano quindi in un mondo interrelato.» E Giulio Angioni, anch’egli antropologo, chiarì ulteriormente questa caratteristica: «Riuscire a passare la stella, era la garanzia, più che il segno, della rinascita della primavera in una società legata alla terra. Il nome Sartiglia è di origine ispanica, i primi documenti sono quelli della Sardegna spagnola, ma ciò che è evidente è che si tratti di una cerimonia agraria a garanzia della rinascita della vegetazione.»

Il termine “carnevale” viene fatto derivare generalmente da “carnem levare” e descritto come preludio al periodo di astinenza della Quaresima. Per questo motivo appaiono ancora più interessanti le riflessioni di Bachisio Bandinu quando descrisse la seconda tipologia di carnevale sardo, offrendoci un ulteriore livello di alterità: «La Sartiglia ha un carattere propiziatorio, come un po’ tutti i carnevali. Nella Sardegna centrale invece parliamo di “Carrasecare”, cioè “tagliare carne”. Siamo nell’ordine del sacrificio. Qualcosa viene sacrificato. Animali forse? Persone, un tempo? E’ un carnevale più tragico.»

Vestizione de su Componidori del Gremio dei Contadini – foto di Sa Sartiglia

La Sartiglia inizia lentamente ad apparirci in tutta la sua peculiarità. Straniera in terra straniera: anomala nella sua austerità e perciò lontana dal carattere di festa giocosa che caratterizza gli altri carnevali “continentali” – per usare un termine profondamente isolano – ma comunque atipica nell’aspetto che Bandinu definisce “benedicente”.

Eppure è proprio questo carattere perturbante, familiare ed estraneo nello stesso tempo, che dà a questa festa la fascinazione del rompicapo. La stessa malìa che ci attrae osservando la maschera del suo cavaliere che cerca fortuna trafiggendo una stella. «Basta osservarla – fece notare Giulio Angioni – è una maschera che può essere insieme uomo e donna, nobile e plebeo, giovane e vecchio. Priva di espressione. Non si può definire diversamente se non seria.» Una maschera che dobbiamo affidare senza dubbio alle considerazioni di Bachisio Bandinu, che sull’argomento ci ha regalato pagine di eccezionale spessore antropologico: «La maschera della commedia dell’arte è qualcosa che si mette sul volto per cambiare la propria identità camuffandosi. Nel carnevale sardo invece non c’è alcun camuffamento. Non c’è più il gioco dell’alternanza tra volto e maschera poichè essa procede facendo metamorfosi. E’ proprio questo aspetto che accomuna la Sartiglia al carnevale della Sardegna centrale. Chi c’è dietro questa maschera priva di alcuna fisionomia identitaria? Prevale sempre un sentimento in qualche modo tragico ed enigmatico. E tutto ciò che è enigmatico pone la questione dell’identità. L’elemento più sardo della Sartiglia sta in quella maschera.»

Forse è proprio questa metamorfosi, questo enigma non risolto e non risolvibile che ha portato molti studiosi a cercare di comprendere cosa si celi dietro questo rituale così antico. Il giudizio resta ineluttabilmente sospeso nelle divertite parole di congedo di Giulio Angioni, che arrivano pungenti come lo stocco quando trafigge la stella: «Le interpretazioni che sono state date della Sartiglia sono davvero tante, anche di carattere psicanalitico, freudiano e sessuale. Io tenderei a non metterle ovviamente in primo piano. Ma conserviamole tutte, perché no? In fondo a carnevale ogni interpretazione vale.»

Le parole di Bachisio Bandinu
Le parole di Giulio Angioni

®Riproduzione Riservata

(una versione rivista di questo articolo, foto escluse, venne pubblicata nel numero di Febbraio 2016 di C&C)

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