IO AMO GLI INDIFFERENTI

di francesca arca

Li amo. C’è poco da dire. O meglio amo coloro che “fanno” gli indifferenti. Antonio Gramsci faceva bene ad odiarli perché nella sua epoca l’indifferente era esattamente come lo aveva descritto: parassita, piagnucoloso, abulico, lamentoso, manipolabile, vigliacco.  Credo che sia passato un secolo da quando Gramsci diceva che vivere era vivere da partigiani, che chi non prende posizione non sta vivendo. Come spesso accade la storia modifica solo in parte le situazioni e le camuffa in modo diverso, dando loro nomi differenti; cambiando il significato condiviso di un termine. Se dicessimo al caro Antonio che “prendere posizione” su qualsiasi tema è diventata la regola aurea della nostra epoca, probabilmente crederebbe di aver lasciato un ottimo messaggio, un buon insegnamento per le generazioni future. Ma se andasse a controllare bene forse non ne sarebbe così felice. Già… gli indifferenti adesso sono una minoranza disprezzatissima; sono coloro che non urlano, che non parlano di ciò che non conoscono, che non si agitano, che non vivono gli accadimenti con la voglia di esprimere il loro parere prima che si chiuda il televoto, che non hanno fretta di racimolare quelle due o tre parole chiave che “fanno figo” e danno un tono impegnato nelle conversazioni, che non si confrontano come hooligans nelle curve di uno stadio a colpi di sprangate verbali. In questo senso “fare l’indifferente” nel 2017 risulta essere cosa piuttosto difficile. Vuol dire beccarsi gli strali di coloro che non parteggiano ma tifano, in un senso o nel suo esatto contrario. Fare l’indifferente vuol dire non lasciarsi avvelenare dalle faziosità pelose, dalle urla di chi aggredisce perché è più facile criticare che proporre, da quelli che cercano risposte senza porsi domande. Fare gli indifferenti vuol dire procedere saldi lungo la strada di un pensiero costruttivo, provare ad esporlo mettendolo in dubbio, cercare di comprendere ciò che accade senza piegarsi a chi urla di più, a chi invece di pensare si abbandona alla propria frustrazione ammantandola di “bene comune”.  E’ quasi impossibile riuscire realmente a “fare gli indifferenti”. Perché davanti al brusio continuo di sottofondo, agli slogan vuoti e retorici, è difficile dire “sticazzi” e continuare per la strada che si ritiene giusta senza perdere tempo. Vuol dire vivere abusando di antiacido per lo stomaco, vuol dire provare a non farsi venire un’ulcera, vuol dire cercare di non urlare, vuol dire provare a differenziarsi realmente, col ragionamento. Il ragionamento: questo oggetto sconosciuto ai tempi odierni in cui tutto si fa “di pancia”. Quelli che fanno gli indifferenti non sono abulici, sono i veri partigiani odierni, coloro che attuano l’unica vera scelta: quella del pensiero. Forse è impossibile ma – citando una grande di interpretazione di Jack Nicholson in “Qualcuno volo sul nido del cuculo” – «Almeno io ci ho provato, vacca troia! Almeno io ci ho provato!»

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5 commenti su “IO AMO GLI INDIFFERENTI

  1. Molto, molto in sintonia con te, Francesca. Questa consuetudine ormai diventata obbligo in una società solo apparentemente veloce è solo un trucco per far schierare le truppe, i consensi, da una o dall’altra parte, senza dare il tempo di conoscere l’oggetto della disputa, il tempo del confronto si contrae sempre più e col tempo si limita il pensiero, se non profondamente libero, almeno autonomo. Su qualsiasi cosa. Un anno fa iniziai la presentazione di “Io, Dio ecc” da Koinè col Don accanto dicendo che io, al contrario di Gramsci che li odiava, “Amo gli indifferenti”. CIAOOOO,
    LIVIO

  2. Penso chenon devo aggiungere niente, se non che lasciare che leggano tutti queste cose per capire che si puà fare alta cultura e diffondere un messagio anche toccando il tasto dell’ironia, ma questo è cosa per pochi e tu sei una di quei pochi. Smack

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